Paolo Repetto
Gamliel, Janson, Ortona, Sesia
Ragusa, Galleria Ibiscus, 2004
...Anche i paesaggi urbani di Giorgio Ortona sembrano negare la presenza umana: sono immagini, testimonianze, angolosi confini, descritti da un architetto che ha scelto un segno nervoso e un colore austero per esorcizzare il grido soffocato del mondo: Nelle sue spoglie periferie: innaturali sarcofaghi di cemento, un deserto artificiale, facciate remote come lapidi, Ortona vuole essere la coscienza di una superficie, scabra ed essenziale, che trascrive il vero dell’alienazione. Come un sismografo del moderno, la sua mano registra i movimenti dell’attualità – anche in gelidi interni, in cui la figura umana appare pietrificata dalla solitudine, dall’interrogazione, dal silenzio. Ma la sua mano non può che tracciare linee rette, orizzontali e verticali; non può che stendere un colore magro, schivo, graffiato, nella rarissima presenza di un segno curvo, un gesto ondulato, una presenza morbida e amica. Nella sua essenziale pittura, così tutto appare privo di qualcosa: rimane soltanto una sagoma, un’apparenza, un secco, trasparente guscio, svuotato dal midollo della vita...